Di quarantene e di nostalgie. Riflessioni pericolose e speranze su come saremo “dopo”.

In questi giorni di quarantena in cui tutti ci sentiamo sospesi, incerti e fragili, nel tempo che si dilata e lascia spazio a rimuginii e rielaborazioni, ho pensato e ripensato più volte se fosse opportuno scrivere di cibo. A volte l’ho ritenuto superfluo, a volte addirittura irrispettoso, specie nei giorni in cui apprendevamo gli spaventosi numeri di morti a causa del Covid19. Altri giorni, più spensierati, i giorni della musica dai balconi e dei video che rimbalzano da una chat a un’altra strappando sorrisi, ho pensato che servisse ad alleggerire la coltre di pessimismo e preoccupazione nella quale siamo avvolti.

In questi giorni stiamo anche vedendo le bacheche dei social inondate di video, tutorial, foto di pane, pizze e torte realizzati da chef e amatori, segno che stiamo riscoprendo il piacere di preparare da mangiare, di curare le relazioni attraverso il cibo, di metterci alla prova. Onestamente, credo che tutto questo sia molto bello e anche utile per il dopo. Forse acquisiremo maggiore consapevolezza del tempo necessario per preparare i piatti, scopriremo (machedavero?) che si, la lievitazione ha davvero bisogno di tempo, che c’è differenza tra un piatto preparato da noi con prodotti acquistati al supermercato strizzando l’occhio al risparmio e lo stesso realizzato con materie prime fresche e locali; che conoscere la tecnica e le farine può fare la differenza nel far lievitare la pizza o dare quella bella alveolatura al pane. Forse sapremo apprezzare di più e daremo valore attraverso quello che scopriremo di non saper fare.

Tanti altri chef che conosco, in questi giorni stanno in silenzio. Non c’è un modo giusto e uno sbagliato di usare i social, sia chiaro, ognuno sceglie quello migliore per sé. Questi chef io li immagino preoccupati si, ma anche felici di godersi finalmente la famiglia che hanno sempre dovuto trascurare, la casa della quale probabilmente frequentavano solo la camera da letto e la doccia perché non era il tempo di stare sul divano a leggere o guardare un film…

Sappiamo che tante cose non saranno più come prima, ma non riusciamo ancora ad immaginare “come”. Ci chiediamo se e come cambieranno le nostre abitudini, e per gli appassionati, se andare a cena fuori rientrerà ancora tra i piaceri che potremo permetterci.

Io mi chiedo anche se la bolla del food fatta di guide, marchette, articoli scritti per compiacere anziché informare, gli eventi e giornalini dureranno ancora o se gli “addetti ai lavori” saranno costretti a trovarsi finalmente un lavoro. Di quelli veri fatti di sudore e retribuzioni che garantiscono la soglia minima della sopravvivenza, che siamo stanchi di accorgerci di addetti stampa che non riescono ad avere un’esistenza dignitosa, costretti a vivere di pranzi a sbafo, girovaghi di di ristoranti scambiati per mense della Caritas versione deluxe e passaggi scroccati per andare agli eventi camuffati da “ho paura a guidare in autostrada”.

Credo che la più bella scoperta che possiamo fare in questo tempo sia quella della bottega dietro casa, che ci porta la spesa e il formaggio del casaro del paesino vicino, la ricotta calda il giovedì e le uova allevate a terra. Natura e semplicità che danno uno schiaffo alla produzione intensiva e ci rimette al posto di creature, chapeau.

Qualunque sia il modo di affrontare questo momento così delicato, ci auguro di saper vivere questa crisi in maniera creativa, studiando formule di business che rispondano alle necessità reali delle persone, con meno fuffa, meno eventi se non di solidarietà e più approfondimento; più curiosità da parte degli avventori e più tempo per raccontare le storie di materie prime e piccoli produttori. Più tempo per parlare di tecniche e complimentarsi per come si è mangiato bene, più tempo per incontrarsi. Mi auguro prezzi più onesti ma giusti nei ristoranti e più critica, quella vera che poi forse è fatta principalmente di confronto.

Mi auguro che dopo questo tempo sapremo essere migliori, come avventori, come chef, come persone.

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